Il 24 Marzo del 2026 ricorrerà il 50° anniversario del golpe in Argentina. Oltre che essere stato il più cruento con oltre 30.000 persone scomparse ed uccise dai golpisti, è stato l’ultimo compiuto in un paese importante per dimensioni della popolazione e del territorio. Da allora i golpe come li abbiamo conosciuti negli anni Sessanta e Settanta non sono più avvenuti. E’ sembrato per un lungo periodo che l’arma della destra estrema e la più temuta dalla sinistra si fosse esaurita. Il danno di immagine internazionale ed il conseguente isolamento di questi regimi ha reso controproducente ricorrere a questi sistemi di presa del potere.
In realtà dal 2000 stiamo assistendo ad una progressiva rivincita della destra che ha conquistato e consolidato il potere in numerosi paesi utilizzando una nuova strategia più efficacie e subdola: il populismo. Non solo dopo la conquista del potere attraverso libere elezioni i populisti riescono a consolidarlo, ma non vengono più emarginati sul piano internazionale. Anzi stanno conquistando sempre più spazio e legittimazione. La foto conclusiva di tutti i partecipanti al vertice di Sharm el Sheik è emblematica: in prima fila accanto a Trump, il faro dei populisti di tutto il mondo, c’erano due leader populisti ed uno sceicco di un paese dove il concetto di democrazia è abbastanza oscuro. Dietro i leader di democrazie un poco ammaccate ed un Orban che, pur a capo di un paese irrilevante sul piano economico ed internazionale, era schierato dietro a Trump. In fondo la Commissaria dell’UE ed il segretario dell’ONU a simboleggiare che nel nuovo ordine internazionale a trazione populista le organizzazioni democratiche non contano nulla.
Ma come è potuto accadere un cambiamento simile senza che le forze progressiste se ne accorgessero? Per comprendere il fenomeno è utile leggere il libro dei Ece Temelkuran “Come sfasciare un paese in sette mosse: la via che porta dal populismo alla dittatura” nel quale la giornalista descrive la presa del potere da parte di Erdogan in Turchia nel 2002 ed il suo progressivo consolidamento.
I populisti non hanno come riferimento partiti di destra o di sinistra ma sono un movimento completamente nuovo. Individuarne la base non è semplice ma alcuni tratti sono comuni a tutti i movimenti populisti. La disgregazione sociale che è avvenuta negli ultimi 40 anni, dove la forza della finanza ha distrutto interi comparti produttivi, ha portato gli individui a sentirsi soli di fronte ad un mondo che è cambiato velocemente. L’appartenenza ad una classe sociale, anche se umile o economicamente svantaggiata, era una grande motivazione per affrontare le difficoltà. L’individualismo come valore ha portato tanti a sentirsi emarginati e soli. I populisti ribaltano questa percezione facendo riferimento a quello che loro chiamano il popolo reale. Appartenervi permette di reimpossessarsi di un concetto molto forte: “NOI “siamo il popolo reale ed appartenere a questo “noi” è una riconquista della motivazione smarrita.
Da questo discendono alcuni principi che consolidano questa appartenenza. I populisti chiedono in primo luogo rispetto per loro e per le loro idee. Chi non le rispetta è fuori dalla comunità della nazione e per loro non è importante discutere le idee degli avversari. Con una sola mossa hanno messo fuori gioco tutte le argomentazioni politiche degli avversari stessi.
Un altro tratto caratteristico dei populisti è il vittimismo. Per questo è importante identificare come avversari gruppi o entità che vogliono il male del popolo e che lo vessano fino a farlo diventare una vittima: i migranti messicani che portano via il lavoro ai contadini ed operai americani, l’élite laica che in Turchia ha represso per anni il sentimento religioso, la Commissione Europea che impone regolamenti assurdi che complicano la vita alle persone. E non ci sono argomentazioni per smontare questi ragionamenti perché costantemente vengono identificati nuovi avversari e contenuti. I contenuti del pensiero populista diventano irrilevanti, quello che è importante è proporre una narrazione infantile del linguaggio per ‘infantilizzare’ le masse. Gli avversari dei populisti hanno irriso questi ragionamenti (ricordate la faccia di Kamale Harris quando Trump nel dibattito televisivo ha detto che gli immigrati messicani mangiano i cani) senza rendersi conto che sottolineavano il fatto che chi crede a questi ragionamenti è un bambino che merita scarsa rispetto. Peccato che non abbiano capito che questi bambini stanno diventando la maggioranza che chiede rispetto ed odia le élite.
Una delle tecniche fondamentali utilizzate dai leader populisti è di spargere terrore nella comunicazione. Questo avviene attraverso la criminalizzazione dei nemici del popolo non confutando le loro tesi ed opinioni ma screditando chi le dice. Per questo diventa fondamentale la comunicazione su internet e l’utilizzo dei troll che moltiplicano all’infinito le informazioni che discreditano l’avversario creando un vero e proprio caos comunicazionale. L’avversario che tenta di difendersi attraverso un ragionamento logico e lineare non ha alcuna possibilità di vincere in quanto il punto focale non è l’argomentazione ma gettare discredito su di lui.
Nel linguaggio del populista la vergogna è abolita. Accuse assurde contro gli avversari si trasformano in verità grazie all’effetto moltiplicatore dei troll. Non esistono più requisiti etici minimi e la mancanza di leggi che regolino la comunicazione digitale consente di affermare come verità fatti assolutamente falsi. Inoltre, la velocità della comunicazione digitale consente di creare sempre nuovi argomenti ed accuse per attaccare gli avversari. Per questi ultimi diventa uno sforzo che richiede notevoli energie per controbattere le argomentazioni dei populisti che nel frattempo hanno trovato nuovi argomenti. E’ in pratica un inseguimento senza fine dove chi insegue è sempre perdente. Fino a qui le tecniche usate sono quelle per conquistare il potere. Fatto ciò, si passa alla seconda fase che è quella del consolidamento del potere e del definitivo passaggio alla dittatura.
In primo luogo, smantellano i meccanismi politici e giudiziari. Gli oppositori che pensano che nello stato ci siano dei meccanismi di autodifesa verso la dittatura come, ad esempio, la divisione dei poteri, capiscono in breve tempo che questa è una illusione. La prima attività è lo smantellamento del potere legislativo ove i parlamentari sono scelti sulla base dell’assoluta fedeltà al capo e non dalle capacità di elaborare opinioni proprie. La seconda attività e’ l’attacco al potere giudiziario, delegittimandolo e mettendolo sotto il controllo del governo. Per la terza attività, il controllo della stampa, si incomincia con le querele temerarie, i licenziamenti e l’arresto sulla base di fantomatiche attività di sostegno ai terroristi. Ad oggi – testimonia la Temelkuran – sono migliaia i giornalisti turchi in prigione od in esilio.
Leggere il saggio della Temelkuran sulla presa del potere del populismo e la trasformazione di un paese in una dittatura e confrontarla con la realtà italiana induce a riflettere. La demolizione di interi settori industriali ha portato ad una disintegrazione di intere classi sociali, in primo luogo la classe operaia. Non sentirsi più di appartenere ad un gruppo sociale ha lasciato tante persone sole ad affrontare le difficoltà quotidiane. La riaffermazione del “noi” è avvenuta su argomenti come la lotta all’immigrazione che hanno avuto gioco facile in momenti di crisi (portano via il lavoro a noi italiani, portano la criminalità nelle nostre città). E’ stato il carburante che ha consentito alla Lega di diventare il partito più importante in aree industriali una volta ad appannaggio del PCI. In termini comunicazionali la capacità di trovare costantemente argomenti e cause nuove per costringere gli avversari politici ad inseguirli mentre loro hanno già cambiato argomento. Ad esempio, la riduzione delle imposte e l’abbassamento dell’età pensionabile che erano i cavalli di battaglia della Meloni e di Salvini sono scomparsi dai radar dei populisti sostituiti dalla capacità di risanare il bilancio ed aumentare il rating sul debito pubblico. Per non parlare del vittimismo di cui la Meloni è una cintura nera (espressione da lei amata per dire che è la più brava). Per esempio, chi sottolinea che gli spazi democratici in Italia si stanno restringendo viene accusato di infangare l’onore dell’Italia che questo governo ha riconquistato. Oppure che in 1000 giorni di governo la Meloni ha ricevuto più di mille minacce.
Sull’utilizzo della comunicazione via social con troll che amplificano le informazioni non c’è gara tra le opposizioni e la Lega insieme a Fratelli d’Italia. Ma oggi che questa maggioranza governa ormai da tre anni stiamo entrando nella seconda fase, la più pericolosa, perché attacca nel concreto quello che è il principio su cui si fonda la nostra democrazia; la divisione dei poteri. Non è necessario soffermarsi sullo svuotamento del potere legislativo attuato attraverso la selezione di rappresentanti in grado di garantire l’obbedienza più che la competenza ed attraverso il massiccio ricorso ai decreti legislativi. Ma è sulla divisione delle carriere in magistratura che si tenta di controllare l’azione penale e l’indipendenza della magistratura stessa.
Parlare poi della situazione della stampa in Italia che si colloca al 48° posto nella classifica dei paesi che garantiscono una effettiva libertà di stampa è un argomento fondamentale. Al di là di elementi folcloristici come l’intervista al sole 24 della premier Meloni rilasciata ad un giornalista che non è parte della testata, ma più accondiscendente nel fare le domande, è preoccupante l’attentato a Ranucci che ha fatto fare un salto di qualità nell’intimidazione ai giornalisti. L’ostilità della maggioranza a fare una legge per punire le querele temerarie la dice lunga sulla volontà di restringere il perimetro della critica giornalistica. E’ vero che oggi rispetto all’esperienza turca od ungherese la situazione in Italia è diversa, ma il paese lo si può incominciare a modificare anche con dosi omeopatiche di autoritarismo. Vigilare e controbattere punto per punto i tentativi di autoritarismo è un’operazione difficile, dispendiosa in termini di energia ma necessaria.